Come cambia il corpo delle donne vittime di violenza?

Si è tenuto lunedì 2 settembre, nel corso del festival “Il tempo delle donne” promosso dalla 27esima Ora del Corriere della Sera, l’incontro “Il corpo violato. Dai lividi alle cicatrici, il corpo che parla”.

L’incontro è stato organizzato dal centro antiviolenza ‘Mai da Sole’, gestito dal Centro Ambrosiano di Solidarietà, che ha visto la partecipazione delle sue operatrici Patrizia Chiarelli (assistente sociale), Elena Rollandini (psicologa) e Alessandra Beniamino (educatrice), insieme alla responsabile del centro Lucia Volpi. Presente all’incontro anche Diana De Marchi, consigliera comunale e presidente della Commissione Pari opportunità del Comune di Milano.

Il centro antiviolenza ‘Mai da Sole’

A fare una breve introduzione del centro antiviolenza ‘Mai da Sole’ è stata la coordinatrice Lucia Volpi: “Con il Comune di Milano, abbiamo avviato da circa due anni il centro antiviolenza ‘Mai da sole’, che si affianca alla donna, per aiutarla in un momento di difficoltà grazie alla presenza di un’equipe multidisciplinare. Il nome che abbiamo scelto è significativo, perché vogliamo trasmettere l’idea che la donna vittima di violenza non si deve mai sentire da sola e deve invece avere la possibilità di trovare aiuto”.

L’obiettivo ultimo per la donna è riprendere in mano la propria vita e recuperare quelle capacità che erano state soffocate da relazioni penalizzanti o schiacciate dalla figura di uomini prepotenti, che le hanno impedito di vivere in maniera sicura”.

Insieme al supporto psicologico, il centro offre consulenza legale gratuita, civile e penale, anche telefonicamente, a tutte le donne che lo richiedano.

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Lucia Volpi, coordinatrice del centro antiviolenza “Mai da Sole”
L’importanza dell’informazione

La nostra rete antiviolenza è composta da 17 soggetti e il Comune di Milano investe importanti risorse umane ed economiche si questo tema e io sono orgogliosa del lavoro che il Comune fa e della priorità che ha dato a rete antiviolenza. Si lavora tanto e c’è una grande competenza, non solo per aiutare le donne a uscire dalla violenza ma anche nella prevenzione, eppure ieri (il 1°settembre 2019, ndr) hanno ammazzato un’altra donna proprio a Milano. Forse allora non riusciamo a comunicare abbastanza l’esistenza della rete antiviolenza. Dobbiamo allora trovare tutti i linguaggi possibili per far sapere che la rete c’è”, ha esordito Diana De Marchi.

Uno degli strumenti messi in campo dal Comune è per esempio quello delle panchine rosse, presenti in molti luoghi della città: “Le panchine, che riportano la scritta Non sei sola, sono un simbolo, ma su di esse è anche segnato il numero antiviolenza e la loro presenza segnala che in quel territorio c’è una realtà impegnata in auto delle donne. Quando una panchina viene installata, poi, si presenta l’occasione di parlare di questo fenomeno”, ha affermato la consigliera.

“C’è un incontro mensile della rete, ci si confronta sui casi, sulle buone pratiche; c’è un lavoro capillare importantissimo, fatto anche di prevenzione nelle scuole; eppure c’è qualcosa che non funziona. E allora dobbiamo trovare chi ancora non incrociamo con nostre attività. Qualunque proposta dal territorio e tutte le idee che possano permettere di far conoscere la rete, vanno messe in campo, affinché le donne sappiano che se in una relazione non stanno bene, possono trovare qualcuno con cui parlare”, ha concluso.

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Diana De Marchi (in primo piano), consigliera comunale e presidente della Commissione Pari Opportunità del Comune di Milano
Le altre donne testimonial importanti

“La vostra presenza – ha detto ancora Lucia Volpi alle donne presenti – è significativa. Pensiamo infatti che voi possiate essere testimonial per le altre donne con cui siete in contatto. Potere seminare informazione e comunicazione, come in un domino. Non lasciate sola un’amica che vedete in difficoltà, ma aiutatela a raggiungere un centro e cercate di vedere quei segni della violenza che non sono visibili, perché non si tratta di violenza fisica, ma magari di violenza psicologica o economica, che però incidono ancora più profondamente sulla donna e hanno comunque bisogno di aiuto e supporto”.

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Il volantino del centro antiviolenza “Mai da Sole”
Curare il corpo

Venendo al tema centrale dell’incontro, la trasformazione del corpo della donna vittima di violenza, l’assistente sociale del centro Patrizia Chiarelli ha spiegato: “La violenza ha un grande impatto anche sulla salute delle donne. Ci sono sintomi fisici visibili e sintomi psicologici, come depressione, ansia, disturbi del sonno, e addirittura patologie correlate (mal di testa, dolori di stomaco…). Sono malesseri che a volte costringono la donna a stare lontana dal lavoro”.

La violenza ha anche il potere di paralizzare chi ne è vittima: “La donna ha difficoltà a prendersi cura di se stessa e della propria salute, non riesce più a muoversi autonomamente sul territorio, fatica a ricostruire e a mantenere delle relazioni. Quello che cerchiamo di fare al centro è lavorare alla ricostruzione del sé, passando anche dalla cura del corpo, della propria salute, dell’alimentazione del proprio aspetto. Questo permette alla donna di donna di riacquisire sicurezza”, ha aggiunto.

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Patrizia Chiarelli, assistente sociale del centro antiviolenza “Mai da Sole”
Ricostruire il corpo

“Quello che capita rispetto alla violenza, in particolare quella psicologica, è che le donne iniziano a vedersi con gli occhi del maltrattante, che le svalutava, le sviliva, non ne riconosceva le capacità. E decostruire quell’idea, con il passare tempo, diventa molto difficile”, ha detto invece Elena Rollandini, psicologa centro antiviolenza, che insieme alle colleghe si è soffermata a vedere come cambia il corpo delle donne accolte, dall’arrivo alla fine del percorso: “È una trasformazione che si vede: cambia il tono della voce, si prendono una maggiore cura di sé, tornano ad andare dal parrucchiere, mettono quell’abito che il marito gli vietava, tornano a indossare i colori. Sembrano banalità, ma il corpo dà segnali importanti”.

Questa riscoperta è anche una riscoperta delle proprie risorse, tanto che piano piano si sentono pronte per uscire e affrontare il anche mondo del lavoro…

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Elena Rollandini (al centro), psicologa del centro antiviolenza “Mai da Sole”
Ritrovare le proprie capacità

Quando una donna si rivolge al nostro centro, quello che facciamo prima di tutto è ascoltarla. Ciò che le donne ci richiedono è innanzitutto di essere credute senza essere giudicate e di avere delle informazioni”, ha spiegato poi l’educatrice Alessandra Beniamino. Al centro antiviolenza, e se necessario nella casa rifugio dove sono accolte le persone in situazioni maggiormente a rischio, la donna può avere uno spazio per prendere consapevolezza della propria storia.

“Quando arriva, la donna si sente svalutata, umiliata, non ha fiducia in se; si vede solo con gli occhi del maltrattante, non riconosce le sue risorse. Compito delle educatrici è accompagnarla a riscoperta di proprie capacità: fare la spesa, cucinare, prendere i mezzi pubblici, uscire da sola, riconquistare il ruolo materno, trovare un lavoro. Nel momento in cui la donna si sente un po’ più sicura, l’aiutiamo anche nella ricerca di una soluzione abitativa”, ha detto ancora Alessandra.

“In questi due anni di apertura abbiamo notato che i percorsi sono molto lunghi, ma nonostante questo abbiamo visto dei cambiamenti significativi, in cui le donne si riscoprono… è come se rifiorissero!”, ha concluso.

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Alessandra Beniamino, educatrice del centro antiviolenza “Mai da Sole”

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