Il “tempo sospeso” di Alisei

In queste settimane, abbiamo iniziato a raccontarvi come procede la vita nelle comunità del Centro Ambrosiano di Solidarietà. Vi abbiamo, per esempio, spiegato come il coronavirus abbia cambiato la vita dei ragazzi di “Radici”, gli appartamenti del CeAS dedicati ai minori stranieri non accompagnati e neomaggiorenni.

A essere completamente stravolta è stata anche la quotidianità degli ospiti di “Alisei”, la comunità terapeutica del CeAS che accoglie 10 uomini, ai quali è offerto un percorso terapeutico personalizzato per affrontare le problematiche legate alla dipendenza e alla salute mentale.

“Per noi è cambiato tutto, a partire dalle nuove regole sulla prossimità”, esordisce Graziano Valera, responsabile di Alisei.

Per la gestione di questi aspetti e delle nuove normative sul distanziamento sociale, ci si  appoggiati a lavoro del CEAL, il Coordinamento Enti Accreditati e Autorizzati della Lombardia, che da subito ha avuto un’interlocuzione con la Regione, proponendo soluzioni che sono state messe in pratica fin dall’inizio dell’emergenza, consentendo di gestire al meglio la situazione.

I pasti, per esempio, si svolgono su due turni, sono state sospese tutte le attività di gruppo e i colloqui con psicologo e psichiatra vengono fatti via Skype. “I momenti di gruppo in particolare, che sono tipici della comunità perché c’è condivisione, ci si confronta, si mette in comune il vissuto di ognuno, ci mancano molto. Stiamo provando a farne in gruppi piccolissimi e mantenendo le distanza di sicurezza, ma non è la stessa cosa”, racconta Graziano.

A essere interrotti sono stati anche i percorsi di riabilitazione personale, dai tirocini alle borse lavoro. Spiega ancora il responsabile di Alisei: “All’inizio, la comunità è come una chioccia, che accoglie e cura, con un’appartenenza quasi totale; poi, però, c’è una fase successiva del percorso riabilitativo, in cui alla persona è richiesta la ricostruzione di sé e la costruzione di una nuova autonomia, che passa anche dal lavoro”.

La squadra di Alisei al torneo di calcetto per la “Giornata di lotta alla droga” nel 2017

E per quel che riguarda la quotidianità durante l’isolamento, Graziano dice: “La comunità funziona come una casa; non è un’istituzione ma un luogo di vita quotidiana. E come in tutte le case, stiamo affrontando le paure, la noia – con scorpacciate di Netflix – ma stiamo anche tirando fuori tutte le risorse personali di ognuno: dalla cucina alla musica, dai laboratori esperienziali alla lettura. Siamo rimasti in casa, ma non ci siamo chiusi. Non c’è un clima di prigionia imposta, ma la presa di consapevolezza che ognuno deve fare la propria parte”.

Per far funzionare tutto questo, grande è lo sforzo degli operatori: “Abbiamo dovuto riorganizzare i turni e, a differenza di prima, non c’è più la compresenza e questo ci fa sentire un po’ soli. Ma un’ancora di salvezza è data dallo spirito di squadra, che c’è ed è forte. Tutti stanno facendo un gran lavoro e ognuno sa che, dove lui non arriva, c’è qualcuno di cui ci si fida che può sostenerlo”.

Un’altra criticità è la discrasia tra il tempo cronologico della durata del progetto riabilitativo – 18 mesi – e questo tempo che stiamo vivendo che non è sprecato, ma è comunque sospeso. “Per questo, vorrei proporre a CEAL di chiedere ad ATS – con cui lavoriamo in convenzione – di prolungare le accoglienze di sei mesi, in modo che si possano provare a completare i percorsi che ora rischiano di essere interrotti”, conclude Graziano.

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