Restare a casa, per molte donne vittime di violenza, non significa essere al sicuro

La cronaca di questi giorni ci parla di 11 donne uccise da un proprio familiare, marito, compagno, figlio, in due mesi di lockdown. In queste settimane, restare a casa, per molte donne vittime di violenza, non ha significato essere al sicuro, tutt’altro. Ne abbiamo parlato con Lucia Volpi ed Elena Tagliabue, rispettivamente responsabile e psicologa dell’Area Donne del CeAS e del centro antiviolenza “Mai da Sole”, gestito dallo stesso Centro Ambrosiano di Solidarietà, che in questo momento è fisicamente chiuso, ma sempre attivo attraverso il sostegno telefonico, al numero 3351251813 o al 1522.

“Dall’inizio del lockdown abbiamo avuto molti più nuovi accessi e richieste di aiuto rispetto alla nostra media, con molte chiamate arrivate dal numero nazionale 1522 al quale siamo collegate. E c’è una completa trasversalità rispetto alla condizione socio-economica di chi chiama”, esordiscono.

A che cosa è dovuto l’aumento degli accessi? 
“Prima dell’isolamento tante di queste donne non chiedevano aiuto perché in molti casi il maltrattante era fuori da casa la maggior parte del tempo, ora – dovendo convivere con lui 24 ore su 24 – molte non sono più riuscite a sopportare le continue vessazioni. Inoltre, alcune situazioni che solitamente causano stress, in una condizione di isolamento hanno provocato una escalation della violenza: quasi tutte le donne che ci chiamano sono mamme con bambini, donne incinte o madri con figli adulti che hanno problemi di dipendenza”.

Come avvengono le telefonate?
“Le telefonate sono fatte spesso in modo frettoloso, perché magari le donne approfittano dell’unico momento in cui riescono a essere sole in casa, oppure chiamano nascondendosi in una stanza, ma spesso la telefonata viene improvvisamente interrotta, perché hanno paura che lui se ne accorga”.

Che cosa vi raccontano queste donne?
“Fortunatamente in nessun caso abbiamo avuto a che fare con delle emergenze o situazioni in cui vi era la necessità per la donna di dover abbandonare la propria abitazione. Oltre ai maltrattamenti subiti, ci dicono di sentirsi ancora più sole. Diverse ci hanno per esempio raccontato che in questo periodo è venuto meno il supporto dei vicini di casa. Se prima era capitato che i vicini, sentendo le urla, uscissero per dare aiuto o chiamassero la polizia, ora la paura del contagio ha fatto sì che, nonostante le grida di aiuto, nessuno si sia mosso. Si aspettavano un aiuto che non è arrivato”.

Che cosa significa offrire sostegno alle donne vittime di violenza in questo contesto?
“È un approccio completamente diverso rispetto a quello a cui siamo abituate, perché è tutto più nascosto e noi operatrici facciamo fatica a monitorare le diverse situazioni, se non accordandoci su momenti precisi in cui possiamo richiamarle per sapere come stanno. Inoltre, operare soltanto telefonicamente è davvero complicato. Prima, dopo l’aggancio telefonico, le invitavamo a un colloquio vis a vis al centro antiviolenza. Questo serve a consolidare le basi iniziali della relazione e a costruire un’alleanza relazionale: per persone che faticano ad affidarsi e hanno paura, questo è un elemento fondamentale per non perderle e perché ci sia un seguito anche nel co-costruire un percorso di uscita dalla violenza che richiede anche passi dolorosi e faticosi. Adesso tutto questo non è possibile e quindi c’è la necessità di un lavoro più fine, perché sai che devi agganciarle solo telefonicamente”.

Continua anche il lavoro con le donne che già erano in carico al centro…
“Sì, stiamo continuando a monitorare la loro situazione una o due volte alla settimana, telefonicamente e, quando possibile, con delle videochiamate. Con loro si sta facendo un gran lavoro di supporto psicologico, ma c’è anche chi ha chiesto un supporto legale e quindi abbiamo organizzato dei colloqui, sempre a distanza, con le nostre avvocate, per dare informazioni e risposte adeguate alla situazione”.

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