Restare a casa, per molte donne vittime di violenza, non significa essere al sicuro

La cronaca di questi giorni ci parla di 11 donne uccise da un proprio familiare, marito, compagno, figlio, in due mesi di lockdown. In queste settimane, restare a casa, per molte donne vittime di violenza, non ha significato essere al sicuro, tutt’altro. Ne abbiamo parlato con Lucia Volpi ed Elena Tagliabue, rispettivamente responsabile e psicologa dell’Area Donne del CeAS e del centro antiviolenza “Mai da Sole”, gestito dallo stesso Centro Ambrosiano di Solidarietà, che in questo momento è fisicamente chiuso, ma sempre attivo attraverso il sostegno telefonico, al numero 3351251813 o al 1522.

“Dall’inizio del lockdown abbiamo avuto molti più nuovi accessi e richieste di aiuto rispetto alla nostra media, con molte chiamate arrivate dal numero nazionale 1522 al quale siamo collegate. E c’è una completa trasversalità rispetto alla condizione socio-economica di chi chiama”, esordiscono.

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Il trauma del lockdown per le donne vittime di violenza e di tratta

Come abbiamo fatto nelle ultime settimane, continuiamo a raccontarvi come procede la vita nelle comunità del Centro Ambrosiano di Solidarietà. Abbiamo incontrato, virtualmente, Lucia Volpi ed Elena Tagliabue, rispettivamente responsabile e psicologa dell’Area Donne del CeAS.

“Le case rifugio del CeAS sono state e sono tuttora aperte, e operano al massimo della loro capienza. Ogni donna ha il suo spazio personale, un piccolo appartamento, e abbiamo individuato dei luoghi per un’eventuale quarantena, ma devo dire che finora l’isolamento è stato provvidenziale per salvaguardare dal contagio”, esordisce Lucia.

Fino al 4 maggio, infatti, le ospiti hanno rispettato il lockdown, tanto che persino la spesa è stata fatta dalle operatrici, online o con il supporto di alcune associazione di volontariato. Con l’avvio della fase 2 si è leggermente allentata la chiusura, ma al momento solo per brevi passeggiate.

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Trovare casa con Work in Progress

All’inizio dell’anno vi avevamo raccontato del percorso formativo sul tema della casa, che Work in Progress propone ai minori stranieri non accompagnati che partecipano al progetto, per aiutarli e sostenerli nella ricerca di un’abitazione in vista dell’uscita dalla comunità.

L’emergenza coronavirus non ha bloccato questo percorso, che tuttavia sta riscontrando alcune difficoltà, soprattutto legate al reperimento degli alloggi.

Ne abbiamo parlato con Lorenzo Tomai, operatore di Comunità Progetto e coordinatore dell’Area Casa di Work in Progress, che racconta: “Il secondo percorso di formazione sul tema dell’abitare è terminato regolarmente. C’è stata una buona partecipazione e avevamo già individuato 3/4 ragazzi, prossimi all’uscita dall’accoglienza, che sarebbero stati seguiti con il tutoring individuale nella ricerca della loro nuova casa. Ma con l’esplosione dell’emergenza, ci siamo dovuti fermare”.

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Il “tempo sospeso” di Alisei

In queste settimane, abbiamo iniziato a raccontarvi come procede la vita nelle comunità del Centro Ambrosiano di Solidarietà. Vi abbiamo, per esempio, spiegato come il coronavirus abbia cambiato la vita dei ragazzi di “Radici”, gli appartamenti del CeAS dedicati ai minori stranieri non accompagnati e neomaggiorenni.

A essere completamente stravolta è stata anche la quotidianità degli ospiti di “Alisei”, la comunità terapeutica del CeAS che accoglie 10 uomini, ai quali è offerto un percorso terapeutico personalizzato per affrontare le problematiche legate alla dipendenza e alla salute mentale.

“Per noi è cambiato tutto, a partire dalle nuove regole sulla prossimità”, esordisce Graziano Valera, responsabile di Alisei.

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“Tutela e diritti”, lo sportello legale di Work in Progress prosegue a distanza

In queste settimane di lockdown, sono state tante le attività di Work in Progress che hanno dovuto fermarsi, per rispettare le norme imposte dal distanziamento sociale. Tante, però, sono anche le attività che, grazie al contributo dei partner di progetto, siamo riusciti a riorganizzare e che stanno proseguendo, pur con modalità diverse. Una di queste è lo sportello “Tutela e diritti”, portato avanti da Save the Children. Ne abbiamo parlato con la responsabile, Giulia Pelizzo.

“Prima dell’emergenza nell’ambito dello sportello erano state avviate due attività: una di consulenza individuale e una formazione di gruppo”, esordisce Giulia. 

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Com’è cambiata la vita dei giovani ospiti di Radici a causa del coronavirus

L’epidemia di coronavirus è arrivata come uno tsunami e da un giorno all’altro ci siamo trovati tutti quanti a dover rivedere i nostri stili di vita e di lavoro. Ma l’emergenza non ha colpito tutti allo stesso modo.

Per alcuni, affrontare questo periodo di isolamento forzato e, spesso, di inattività è più difficile che per altri. Tra le persone a cui il coronavirus ha più radicalmente cambiato l’esistenza ci sono i ragazzi, come i 18 ospiti di “Radici”, gli appartamenti per l’autonomia del CeAS, dedicati a minori stranieri non accompagnati e neo maggiorenni.

Racconta Mona Ilie, responsabile del servizio: “I nostri ragazzi, che hanno tra i 16 e i 19 anni, sono passati dall’avere delle giornate molto piene – tra scuola, lavoro, corsi di formazione – a giornate molto vuote. Solo due persone stanno continuando a lavorare, mentre per gli altri, che erano impiegati nella ristorazione, o studiavano o stavano per iniziare la formazione per lavorare nella GDO ora sono fermi. Il loro ritmo di vita è cambiato completamente”.

A cambiare è, in questo periodo, anche il lavoro degli operatori: quelli di “Radici”, infatti, sono appartamenti per l’autonomia quindi l’obiettivo del lavoro educativo è l’accompagnamento dei ragazzi all’indipendenza. Ora è tutto stravolto e gli educatori stanno mettendo in campo tantissime energie per sostenerli in questo momento così complicato. Agli operatori spetta, per esempio, il compito di motivarli quotidianamente, fin dalla sveglia del mattino, segnalandogli tante attività da fare: dai corsi online – tra cui quello di italiano per il lavoro di Work in Progress – ai laboratori o altro. Ma non è sempre facile coinvolgerli: “Chi già prima più curioso, si informava e si impegnava lo fa anche adesso; gli altri invece hanno poca motivazione e fanno molta fatica”, spiega ancora Mona.

Un ospite e un operatore di “Radici”

“Inoltre – continua l’operatrice – non tutti hanno gli strumenti tecnologici per seguire la didattica a distanza. E poi c’è il problema della connessione, perché negli appartamenti non c’è il wi-fi. Ora dovrebbe arrivare un computer per ogni appartamento, ma se più ragazzi devono seguire corsi diversi che si svolgono in contemporanea, come si fa?”.

Anche la convivenza tra i ragazzi non è facile, se si considera che prima di essere accolti negli appartamenti, spesso non si conoscono tra loro e non è detto che poi vadano tutti d’accordo. Prima, avendo giornate molto impegnate, condividevano questo spazio di vita per poche ore al giorno, ora invece sono costretti a convivere 24 ore su 24.

Per quanto riguarda i giovani ospiti, non vedono l’ora che arrivi fase due per poter uscire, ma tra gli operatori non mancano le preoccupazioni: “Ora i ragazzi sono sotto controllo, li teniamo quasi sotto una campana di vetro e per tutelarli al massimo non li facciamo uscire nemmeno per fare la spesa, che portiamo noi, così come abbiamo organizzato a domicilio e in tutta sicurezza i colloqui con la psicologa o l’assistente sociale. Ma dopo potrebbe essere più difficile prenderci cura della loro salute. Noi diamo e daremo loro consigli e indicazioni e consegneremo tutti i dispositivi di protezione necessari, ma non potremo sapere dove andranno, chi vedranno e se li useranno. Anche perché, nonostante con loro parliamo molto della situazione e sappiano anche cosa sta succedendo nei loro paesi d’origine, sembrano non avere molta consapevolezza della gravità del momento. Per questo, a breve inizieremo un nuovo lavoro educativo con loro per affrontare la fase due”, spiega ancora la referente di Radici.

Certo le difficoltà non mancano ma, conclude Mona, occorre anche essere comprensivi: “Prima di essere albanesi, kosovari, pakistani o egiziani dobbiamo sempre avere in mente che sono degli adolescenti e che quindi stanno attraversando una fase della vita che è già difficile di per se, in cui vogliono crearsi una loro autonomia che ora è inevitabilmente limitata”. 

Work in Progress: la creatività dei ragazzi contro il coronavirus

Anche per i ragazzi ospitati dalle comunità che partecipano al progetto Work in Progress non è facile affrontare l’isolamento, che tutti dobbiamo rispettare per rispondere all’emergenza coronavirus. I giovani, però, hanno risorse straordinarie e, guidati dai loro educatori, riescono e esprimere il loro meglio anche in circostanze così dure.

Ragazzi e ragazze ospitati dai nostri partner de La Cordata per esempio, guidati da Domenico Pontieri, che coordina i Laboratori Esperienziali, si stanno sperimentando in diverse attività di gruppo.

“Per rompere il ghiaccio – spiega Domenico – abbiamo iniziato con un’azione in micro gruppi durante la quale gli ospiti – provenienti da Albania, Kosovo, Senegal, Egitto, Marocco, Sierra Leone e Camerun – hanno riprodotto la frase “Andrà tutto bene”, nelle diverse lingue di appartenenza, con l’obiettivo di rinforzare la relazione, tranquillizzare le proprie emozioni, sviluppare creatività“.

Ecco il bellissimo risultato:

I corsi di italiano di Work in Progress continuano… online!

Come vi abbiamo raccontato la scorsa settimana, la transizione verso il mercato del lavoro promossa da Work in Progress prevede anche una formazione linguistica specifica orientata alle professioni nel campo dell’edilizia, della ristorazione e della caffetteria.

A organizzare questi corsi è il partner di progetto Associazione “Fondazione Franco Verga” che, per non interrompere le formazioni nonostante lo stop alle lezioni in aula, ha messo a punto un programma di didattica online. Ne abbiamo parlato con Giovanna Saraceni, referente dei corsi di italiano dell’Associazione.

“Per continuare a offrire ai ragazzi la formazione di italiano e portarci avanti per quando tutte le attività potranno riprendere, abbiamo predisposto delle videolezioni e del materiale didattico attraverso la piattaforma Google Classroom”, esordisce Giovanna.

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Il coronavirus blocca le borse lavoro di Work in Progress

Uno degli assi fondamentali di Work in Progress è quello del lavoro, che si realizza attraverso un percorso molto strutturato, che parte con corsi professionalizzanti teorico-pratici, sia professionali che linguistici, e prosegue con un tirocinio formativo di due mesi e successivamente con l’attivazione di borse lavoro retribuite di tre mesi, (prorogabile di altri tre mesi in casi eccezionali e con l’impegno di assunzione).

Quest’ultimo passaggio è realizzato da Work in Progress in partnership con il Celav – il Centro di Mediazione al Lavoro del Comune di Milano – e rappresenta un’ulteriore occasione per introdurre gradualmente i ragazzi nel mondo del lavoro, inserendoli in contesti che possano offrire chance reali di assunzione.

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Il CeAS saluta Maria Ferpozzi

Il Centro Ambrosiano di Solidarietà, e in particolare i suoi volontari e i dipendenti, ricordano con affetto Maria Ferpozzi.

Presente al CeAS fin dalla fine degli anni ’80, Maria è stata attivissima nelle attività del centro.

“Per tanti anni ha fatto parte del consiglio direttivo, di cui è stata anche segretaria, seguendone i lavori con grandissima competenza. E a lungo è stata anche presidente dell’Associazione volontari CeAS, ruolo che lasciato un paio di anni fa”, spiega il presidente del CeAS Giovanni Cavedon.

Maria Ferpozzi

Tra chi la conosceva meglio c’è Claudia Polli, responsabile dell’Area Dipendenze: “Maria era una vera forza della natura, quando si poneva un obiettivo faceva di tutto per raggiungerlo. Sempre disponibile, era costantemente impegnata nel reclutamento di nuovi volontari e ogni anno a Natale organizzava la lotteria, a sostegno delle attività del centro”.

“Maria era sempre molto presente al CeAS, a cui si dedicava moltissimo, sempre accompagnata da suo marito Carlo Galli, mancato anche lui in questi giorni. Insieme hanno rappresentato una parte importante del Centro Ambrosiano di Solidarietà”, conclude Claudia.