LE costellazioni di sabbia delle donne del ceas

Sabato 18 giugno, il centro antiviolenza “Mai da Sole” ha ospitato una mostra delle opere di terapeutica artistica delle ospiti dell’Area Donne del CeAS

Così come la sabbia, sia essa su una spiaggia o in un deserto, muta continuamente, allo stesso modo le donne che nella loro vita hanno affrontato o stanno affrontando un percorso di uscita dalla violenza, vivono continui cambiamenti.

È questa, in estrema sintesi, la metafora che sta dietro a “Costellazioni di sabbia”, la mostra delle opere di terapeutica artistica delle ospiti dell’Area Donne del CeAS, che si è svolta sabato 18 giugno nei locali del centro antiviolenza “Mai da Sole”.

Il laboratorio, iniziato ad aprile e durato due mesi, è stato condotto da Alessandra Beniamino, laureanda in terapeutica artistica, insieme alle colleghe dell’Accademia di Brera Yuki Aoki, Giulia Toma e Silvia Zambianchi.

«Al percorso hanno aderito 15 persone, sia ospiti delle case rifugio del CeAS che donne in carico al centro antiviolenza. Inizialmente, abbiamo giocato con la sabbia come se fossimo delle bambine in spiaggia, e poi le abbiamo dato forma e colore», spiega Alessandra.

«Quando ci hanno dato la sabbia la prima volta, non mi veniva in mente nulla da fare. Poi ho smesso di pensare e ho iniziato a creare delle forme, come si fa al mare. I disegni veri e propri sono arrivati in un secondo momento e in quel momento ho iniziato a creare secondo la mia fantasia e le mie emozioni», ha raccontato una delle ospiti, protagoniste del progetto.

Dopo aver fissato la sabbia sul foglio, i disegni sono stati colorati, per realizzare dei piccoli quadri e due mandala, cui hanno lavorato più ospiti contemporaneamente.

«Per me è stata un’esperienza emozionante, grazie a cui sono riuscita a liberare la mente; eravamo io e la sabbia. E ogni volta che finivamo mi sentivo leggera e appagata. È stato davvero terapeutico per me e adesso, vedere tutte le cose che abbiamo creato, riempie. Sarà uno dei ricordi più belli che posso avere nella mente e nel cuore, perché c’è stato tanto cuore», ha detto ancora una delle protagoniste del progetto.

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