L’autonomia abitativa per giovani migranti è possibile!

Intervista con Laura De Micheli, community manager di Dar=Casa

Dai primi di dicembre, 6 ragazzi protagonisti di “Work in Progress. Transizioni per la cittadinanza”, stanno sperimentando un percorso di autonomia abitativa al di fuori della comunità, in tre appartamenti condivisi.

Gli appartamenti fanno parte del progetto “Carbonia 3, conoscersi da vicini!” della cooperativa Dar=Casa, nella zona di Quarto Oggiaro.

Abbiamo intervistato Laura De Micheli community manager di Dar=Casa – che segue i residenti nei contesti abitativi a sostegno dei processi partecipativi, di mediazione ed inclusione sociale – per capire in che cosa consiste questo progetto e come è nata questa importante collaborazione con Work in Progress.

Chi è Dar=Casa e di che cosa si occupa?

Dar=Casa è una cooperativa di abitanti, che da ormai 30 anni opera sul territorio della Città Metropolitana di Milano. La nostra specificità è quella di acquisire, tramite la partecipazione a bandi, delle case di edilizia residenziale pubblica che non possono essere messe a disposizione della cittadinanza. Le ristrutturiamo e li assegniamo in godimento ai nostri soci. Al momento gestiamo circa 300 abitazioni e abbiamo una lunga lista di persone in attesa di una casa.

Chi sono i soci di Dar=Casa?

I nostri soci sono principalmente famiglie, italiane e straniere, che non riescono a stare sul mercato privato della casa, o perché non hanno potere di acquisto o perché non hanno un reddito sufficiente per permettersi un affitto a prezzo di mercato. Allo stesso tempo, però, hanno difficoltà di accesso all’edilizia residenziale pubblica, magari perché il loro reddito supera di poco il limite previsto o perché, pur avendone diritto in base al reddito, non ci sono case sufficienti. 

Negli anni ci siamo poi accorti che un altro soggetto che a Milano fatica molto ad accedere al mercato della casa è quello dei giovani, singoli o in coppia. Sono per esempio ragazze e ragazzi che vengono in città per studio o per lavoro, ma dati i prezzi alti degli affitti non riescono a stabilizzarsi e sono costretti a vivere in condivisione anche per lungo tempo. Lo stesso vale per le giovani coppie, che vorrebbero rendersi autonome, ma non possono. L’offerta per questa fascia l’abbiamo alzata a 35 anni, perché ci rendiamo conto che la precarietà lavorativa attuale non consente la sicurezza economica necessaria per entrare in altri percorsi di autonomia abitativa.

Quindi che cosa propone Dar=Casa a tutte queste persone?

La nostra proposta è di diventare soci e mettersi in lista per accedere a soluzioni abitative che rispondono meglio alle loro condizioni e al loro potere economico. Oltre all’accesso alla casa, cerchiamo di seguirle e accompagnarle, per far sì che quel pezzo di economia familiare legato all’abitazione non diventi per loro un sovraccarico e che al contrario possano poi essere in grado di programmare altre spese. 

Inoltre le orientiamo sui territori, per aiutarle a costruire legami con le altre famiglie e una rete di riferimento, offrendo loro un supporto sociale. Questo perché il bisogno di una casa porta molto spesso con sé altre necessità e quindi è importante prendere in carico la famiglia o la persona nella sua complessità.

I vostri sono anche progetti di “abitare solidale”…

Sì, in quegli stabili dove ci sono spazi comuni, cerchiamo di accompagnare le famiglie a praticare un buon vicinato. Per esempio nella palazzina che gestiamo a Cormano ci sono dei grossi saloni dove le famiglie possono organizzare eventi, proporre attività, aprirsi al quartiere. È un abitare che guarda anche agli aspetti sociali, di rete e relazione. 

Ai giovani cosa proponete?

Con i giovani stiamo sperimentando alcuni progetti specifici. Per esempio in zona piazzale Cuoco e a Niguarda, dove c’erano alloggi del Comune di Milano “sotto soglia” e quindi non utilizzati, abbiamo avviato progetti per giovani dai 18 ai 30 anni, per sperimentare percorsi di autonomia e costruire relazioni con il quartiere. Molto importante in questo caso è il lavoro con le organizzazioni che già operano sul territorio, come per esempio Comunità Progetto (partner di Work in Progress, ndr), perché facilitano l’incontro con ragazzi e tra i ragazzi e gli altri abitanti del territorio.

Lo stabile di via Carbonia

Che progetto avete avviato in via Carbonia, dove sono stati inseriti i ragazzi di Work in Progress?

In via Carbonia ci sono 48 alloggi, dove sperimentiamo un progetto che è un mix tra sociale e abitativo della durata di 6 mesi, rinnovabili fino a 18. 32 alloggi sono dedicati a famiglie in emergenza abitativa per dare una risposta temporanea a chi ha vissuto situazioni di sfratto. 13 alloggi sono dedicati a giovani tra i 20 e 35 anni, per dare una risposta alle necessità di studenti o lavoratori precari e 4-5 di questi appartamenti sono dedicati in particolare alle giovani coppie, un tema che sta riscuotendo interesse e che non è sempre facile da sperimentare a Milano. Infine 3 alloggi sono dedicati a ragazzi che escono da percorsi di accoglienza per minori stranieri non accompagnati.

Come è nato l’incontro con Work in Progress?

Sapevamo che c’era questo bisogno espresso dai minori stranieri non accompagnati che escono dalle comunità e, grazie anche al rapporto con Comunità Progetto, abbiamo pensato di dedicare a questo target alcuni appartamenti di via Carbonia, che era in corso di progettazione.

Come sta andando l’esperienza di via Carbonia?

Direi che c’è un bel clima! Ai giovani residenti di via Carbonia, infatti, è chiesto di mettersi in gioco nella relazione con i vicini e con il quartiere, attivandosi per la realizzazione di attività di conoscenza e vicinato solidale e nonostante le difficoltà legate alla pandemia, che impedisce molte occasioni di incontro e condivisione, le cose si stanno mettendo in moto.

È stata fatta un’assemblea condominiale via Zoom e altri momenti in presenza in cortile. Nello spazio comune è stata attivata una biblioteca e a Natale si è organizzata una distribuzione di giocattoli. Adesso si vorrebbe provare ad attivare qualcosa per i bambini che iniziano a popolare il condominio, proponendo attività semistrutturate: musica, giochi ecc.

Inoltre i giovani hanno cominciato ad auto-organizzarsi, con aiuti trasversali. Per esempio per il supporto a chi deve fare la patente, scambiandosi attrezzi per sistemare la casa… Siamo convinti che progetti come questo generino coesione sociale, perché c’è un incontro tra culture e mondi diversi: nello stesso luogo vivono dalla ragazza che studia medicina al cuoco, dall’insegnante di danza al giovane migrante, che hanno la possibilità di entrare in dialogo, dando vita a un riconoscimento reciproco che fa bene a tutti.

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