Un anno – e più – con Work in Progress… passando per il Covid

“Work in Progress. Transizioni per la cittadinanza” ha tagliato il traguardo del primo anno di attività. Abbiamo intervistato Benedetta Castelli del Centro Ambrosiano di Solidarietà, project manager di Work in Progress, per sapere come sono andati questi primi 12 mesi… e oltre.

Com’è andato questo primo anno di Work in Progress?
Direi bene! Abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi del cronoprogramma e un numero di beneficiari superiore alle aspettative. Questo primo anno di progetto è servito anche a mettere a punto un metodo di lavoro sempre più funzionale e oliato. Essendo, infatti, il partenariato molto vasto, avevamo bisogno di tempo per imparare a lavorare insieme e trovare metodologie condivise. E inoltre questo anno ci è servito anche per migliorare le strategie di interlocuzione con tutti gli attori che lavorano con i beneficiari del progetto, al fine di sensibilizzarli affinché cogliessero appieno tutte le opportunità che offriamo ai ragazzi.

Quali sono state le difficoltà incontrate?
Trovare strategie interne al partenariato davvero efficaci per costruire flussi comunicativi chiari e fluidi all’esterno, che arrivino ai tanti mondi a cui ci rivolgiamo: i beneficiari minori e giovani, le organizzazioni e le istituzioni che di loro si occupano, la società civile, il mondo delle imprese. Da questo punto di vista devo dire che è un lavoro certosino e molto dispendioso che si “scontra” con culture organizzative, metodologie e competenze gestionali molto diversificate. Lavorare a servizio della comunità e disporre di risorse include, a mio avviso, il dovere di saper rimodulare, e non rigidamente realizzare, i propri piani. 
Ho chiesto, dunque, al partenariato una grande flessibilità organizzativa e capacità di riprogettazione per investire al meglio le risorse. Questo è un aspetto di cui vado particolarmente fiera perché penso sia raro trovare 13 partner e fornitori disposti a mettere in discussione in presa diretta obiettivi a medio periodo, cronoprogramma e metodologie e scegliere di rimodularsi continuamente, in risposta a condizioni del contesto che mutano parzialmente o addirittura radicalmente.

Quali sono stati, invece, gli aspetti del progetto che si sono rivelati più positivi?
Sicuramente la professionalità dei partner ed il desiderio di mettersi in gioco per andare incontro alle caratteristiche dei nostri beneficiari privilegiati: i giovani. Il progetto di scoperta della città con il FAI, per esempio, non era inizialmente sufficientemente coinvolgente per i nostri ragazzi. Allora insieme al partner abbiamo modificato metodo e impostazione e questo ha portato buoni risultati.
Questa flessibilità si è dimostrata importante anche per migliorare le nostre proposte. Alcuni corsi formativi, per esempio, alla fine del primo anno sono stati resi più articolati e per questo più arricchenti. Questo per dare ai ragazzi non solo informazioni basilari ma anche un’apertura mentale che li renda protagonisti consapevoli nel passaggio alla maggiore età e nell’essere cittadini.

Una delle uscite con il FAI

Come è stato accolto questo progetto dai minori stranieri non accompagnati beneficiari delle attività?
Ad un anno abbondante dall’inizio sono soddisfatta nel sentire che la maggior parte dei ragazzi che hanno usufruito di WIP giudicano interessanti e utili le esperienze fatte. Alcuni di loro diventeranno i protagonisti dei nostri prodotti multimediali per raccontarsi e raccontare se e come la partecipazione a WIP ha introdotto una differenza significativa e costruttiva.

Quale pensi sia stato il fattore vincente?
Alcune attività si sono rivelate molto indovinate. Penso a “Te la do io l’integrazione!”, nella Alcune attività si sono rivelate molto indovinate. Penso alle proposte per promuovere l’integrazione rivolte a gruppi misti di ragazzi cioè a studenti e a msna. I percorsi “Te la do io l’integrazione!” e FAI hanno coinvolto una quarantina di ragazzi, la metà dei quali provenienti da scuole superiori (Istituto “Varalli” e liceo “Einstein”di Milano), favorendo le basi per relazioni future oltre l’esperienza di Work in Progress. E poi la capacità di educatori e formatori di selezionare e motivare i ragazzi verso le attività formative e professionalizzanti più loro affini. Abbiamo infatti imparato che criteri più stringenti di selezione garantiscono non solo un migliore andamento del corso, ma soprattutto più chance di apprendimento per i ragazzi, perché si premia chi è motivato e determinato.

Uno degli incontri di “Te la do io l’integrazione!”

Come ha influito il Covid-19 sul progetto?
Il Covid ha pervaso tutti noi, insinuandosi in ogni piega della nostra storia personale, professionale e sociale. Ha fortemente segnato le nostre abitudini e minato alle radici l’approccio culturale su cui si basano i processi comunicativi e decisionali, almeno in Italia: lo scambio relazionale in presenza. Dopo le prime settimane di spaesamento e di impegno nel “mettere in sicurezza” gli ospiti, il personale, i servizi e gli enti a cui come lavoratori apparteniamo, e aver sospeso le attività in aula e di gruppo, ci siamo fermati a riflettere sul futuro del progetto. Abbiamo riconsiderato il Covid non solo un evento emergenziale, ma una variabile imprevedibile di enorme impatto. Ne è scaturita una nuova determinazione: la necessità di trovare forme di convivenza con il virus, mantenendo sempre elevato il livello di attenzione per la prevenzione e la sicurezza, per non fermare la progettazione e la programmazione delle attività e, là dove avesse senso, continuare e rinnovarsi! 
Il nostro obiettivo è stato continuare a offrire opportunità ai minori stranieri soli nel nostro territorio che sono prossimi alla maggiore età, messi ancor più in difficoltà dalle ricadute che il Covid ha avuto sulla chiusura dei servizi, con il rallentamento delle procedure amministrative e giuridiche e l’arresto delle attività formative e lavorative.  

Come ci si è organizzati per reagire a questa “variabile”?
Nel periodo di febbraio e marzo, le funzioni trasversali di progetto – project manager, comitato esecutivo, equipe trasversali – hanno analizzato la situazione con ciascun partner o fornitore ed è stata definita la continuazione o la sospensione delle attività, che di settimana in settimana hanno subito variazioni e riformulazioni in base alle decisioni e indicazioni del Governo e alla risposta dei beneficiari. Nel caso dell’Area Lavoro, per esempio, abbiamo fortificato la connessione tra Comune di Milano, Work in Progress, strutture ospitanti e aziende, per ragionare sulla singola situazione dal punto di vista personale, burocratico e amministrativo e sul tempo rimanente a disposizione del beneficiario per garantire che potesse proseguire la formazione e l’inserimento lavorativo, chiedendo per esempio proroghe alla sua presa in carico, sottolineando l’urgenza nel rinnovo dei documenti agli enti preposti.
Il Covid 19 ha rallentato certamente le attività rivolte all’Inclusione. Penso a “Te la do io l’integrazione!”, per cui stavamo progettando il secondo intervento con le scuole: con la sospensione delle lezioni è stato tutto rimandato a data da destinarsi. Stiamo quindi aspettando di capire come si riorganizzeranno le attività scolastiche a settembre immaginando anche di proporre i nostri percorsi in luoghi virtuali oltre che in aula e all’aperto.
Per quel che riguarda le altre attività, in particolare l’insegnamento dell’italiano e la il corso edile, abbiamo sperimentato la programmazione online con modalità asincrona, sincrona e ibrida. Da aprile i nostri calendari hanno offerto la partecipazione a corsi di livelli differenti. Da luglio a settembre la programmazione sarà più ricca dell’anno scorso e senza interruzioni nel periodo estivo. I percorsi di orientamento all’accesso alla casa sono ripresi, appena possibile, in presenza con due edizioni terminate a giugno e luglio. Mentre i percorsi personalizzati di tutoring sono continuati online a distanza.

Il corso edile, prima dell’emergenza Covid

E com’è andata?
Le problematiche non sono state poche; è stata necessaria una rimessa a punto degli strumenti, dei programmi e del metodo. Le équipe si sono misurate con nuovi strumenti e modalità di interazione e nuove dinamiche di gruppo da gestire a distanza. Anche per i ragazzi non è stato facile abituarsi, perché non tutti all’inizio avevano gli strumenti tecnologici adatti, ma soprattutto le capacità di utilizzarli. Frequentare corsi a distanza non è facile, implica per i ragazzi una capacità organizzativa, livelli di attenzione e un uso diverso degli strumenti rispetto a quello a cui sono abituati. D’altro canto le lezioni online ci hanno consentito di offrire corsi ad un numero maggiore di beneficiari, coinvolgendo quei ragazzi che, costretti a restare casa, non potevano proseguire altre attività. In conclusione, abbiamo rilevato che il coinvolgimento e l’apprendimento attraverso il metodo online raggiungono buoni risultati tanto più i beneficiari possiedono competenza di base nella lingua italiana.
Lavorare a distanza ha influenzato, a mio avviso positivamente, anche il lavoro degli operatori, introducendo una nuova dimensione di incontro e lavoro, quella virtuale, che pur costringendoci a sacrificare il calore umano della relazione in presenza, ha accorciato le distanze, superato l’isolamento e le tante difficoltà di spostamento. Modalità che entrerà a far parte nel nostro modo di “incontrarci e progettare”.

Quali sono ora i prossimi passi?
Entro la prima settimana di agosto termineremo la ricca edizione del corso edile, per iniziare a settembre con tirocini e borse lavoro. In agosto e settembre partiranno alcuni corsi di Crescere in Italiano e la seconda edizione di Italiano per il Lavoro. In autunno speriamo di riprendere la programmazione con le scuole e verso dicembre partirà l’ultimo corso di formazione dedicato alla caffetteria/gelateria; vedremo con quali modalità. Nel frattempo cresce la nostra voglia di raccontarci, che in questi mesi non si è mai fermata, e stiamo preparando brevi video-storie in cui i ragazzi si racconteranno.

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